Il lato sbagliato
Capitolo 1 — Come tutto è iniziato

Primo capitolo

Questo è un assaggio di una parte del primo capitolo:

Illustrazione dal capitolo

Negli anni '50 e '60, la guerra fredda non era una metafora da libro di storia. Era una realtà quotidiana, concreta, palpabile. Da una parte del mondo c'erano gli Stati Uniti e i loro alleati occidentali. Dall'altra c'era l'Unione Sovietica, con il suo esercito sterminato, la sua ideologia comunista e soprattutto le sue bombe atomiche.

Le due superpotenze non si combattevano direttamente. Era troppo pericoloso. Si spiavano, si minacciavano, si fronteggiavano per procura in guerre lontane. Ma entrambe sapevano che bastava un errore, un malinteso, un generale troppo nervoso in una notte buia, per scatenare una guerra nucleare che avrebbe potuto cancellare la civiltà umana dal pianeta.

Non era fantascienza. Era matematica.

Gli americani avevano le bombe. I sovietici avevano le bombe. E tutti e due avevano abbastanza bombe da distruggere il mondo non una, ma più volte. Gli strateghi militari di quegli anni usavano un acronimo agghiacciante per descrivere questa situazione: MAD, Mutually Assured Destruction. Distruzione Mutua Assicurata. Un equilibrio del terrore fondato su una logica perversa ma efficace: nessuno attaccherà per primo perché sa che la risposta lo distruggerà a sua volta.

Era la pace più fragile della storia. E tutti lo sapevano.

Nelle scuole americane i bambini facevano esercitazioni chiamate «duck and cover» nasconditi e copriti. All'allarme, dovevano buttarsi sotto i banchi e coprirsi la testa con le braccia. Come se un banco di legno potesse proteggerli da una bomba atomica. I genitori costruivano rifugi antiatomici nei giardini di casa. I supermercati vendevano scorte alimentari d'emergenza. I giornali pubblicavano mappe che mostravano il raggio di distruzione delle bombe.

Era un'epoca in cui la fine del mondo sembrava non solo possibile, ma probabile.

In questo clima di paura e tensione arrivò, il 4 ottobre 1957, una notizia che gettò l'America nel panico più totale.

Era un venerdì sera. Gli americani stavano cenando, guardando la televisione, vivendo le loro vite normali, quando le radio e i teleschermi iniziarono a trasmettere una notizia straordinaria: l'Unione Sovietica aveva lanciato nello spazio il primo satellite artificiale della storia.

Si chiamava Sputnik e in russo significa semplicemente «compagno di viaggio». Pesava 84 chilogrammi, aveva la forma di una sfera metallica di circa 58 centimetri di diametro, con quattro antenne sottili che sporgevano come le zampe di un ragno. Era poco più grande di un pallone da basket. Eppure, stava girando attorno alla Terra a quasi 29.000 chilometri all'ora, completando un'orbita ogni 96 minuti.

E mentre girava, emetteva un segnale. Un semplice, incessante, ipnotico «bip bip bip» su frequenza radio che chiunque nel mondo, con una normale radio, poteva captare. I sovietici lo avevano fatto apposta perché volevano che tutti sapessero, che tutti sentissero, che tutti capissero il messaggio non detto che si celava in quel suono banale:

Siamo arrivati prima di voi. Siamo già lassù. Guardate in su, siamo sopra le vostre teste.

Quel bip bip bip rimbalzò nelle case di tutta l'America come uno schiaffo in faccia. I giornali uscirono con titoli a caratteri cubitali. I politici si riunirono in riunioni d'emergenza. I militari impallidirono. Perché quel segnale, apparentemente innocuo…

Assaggio — la narrazione prosegue nel libro